“Sono stata al nuovo Tesco di Darndale” dice. “Quello con la cupola da teatro dell’opera.”
“Com’è? Bello?” le chiede Paula.
“E’ aperto ventiquattro ore su ventiquattro” dice Carmel.
“Cristo”
“La roba è più buona se uno fa la spesa alle cinque del mattino.”
Confermo le parole di Carmel.
Andavo anche io al Tesco di notte, quello di Chesterfield Road, uscendo dal Centro di Sheffield. Di solito con Luigi, Miriam e la sua Corolla Station oppure con la 500 rosso pompeiano di Nonna’s.
Miriam era la salutista del gruppo, tutte robe sane e nessun cedimento alle tante sirene che cantavano fra i banconi (un autodisciplina da atleta, qual era stata veramente, che gli ho sempre invidiato); Luigi ricercava invece il bisteccone perfetto, la Sirloin Steak da incorniciare e accompagnare magari con un insalata condita alla sua maniera (ossia con qualche salsa biancastra di origina americana) e un vino di provenienza esotica (ma di solito si puntava su Cile e Nuova Zelanda). Io mi adeguavo, come al solito, e mi concentravo sulla prima colazione, di stampo rigorosamente continentale: bottiglione di latte da n pinte, i Kellogs Crunchy Nut (con miele e noccioline), i Digestive (normali e ricoperti di cioccolata), i Muller mix con gli accoppiamenti più strani di yogurt frutta e cereali (il mio amico Stefano mi aveva contagiato a riguardo), a volte muffin o donuts, molto spesso waffles, arance succhi vari e una cassa di Carling poi che non poteva mancare.
Riuscivo a conservare anche un certo distacco; ad aver voglia di capire la logica che stava dietro quel tipo di struttura commerciale, ad osservare la gente e ad indagare quello che comprava tanto che, come per una specie di reazione allergica, alla fine mi prendeva una specie di sentimento di orgoglio nazionale culinario, un senso di autocompiacimento per una mia presunta superiorità manipolatrice (ehm).
Il fatto è che di fronte a distese di cibo precotto, pasti pronti in buste ispirate alle tradizioni culinarie di mezzo mondo, pile di pizze surgelate ai 1000 gusti , Chicken Tikka masala a ufo e generale incapacità, da parte degli inglesi che conoscevo, di partire dalla materie prime per cucinare mi sentivo un privilegiato, pieno di voglia di tornare all’origine della cucina, affondare le mani nella farina e impastare qualcosa…
Ne uscivano fuori lasagne (con tanto di polpettine mignon) di un certo livello, ravioli alla caprese, parmigiane di melanzane e scialatielli (specialità di Fabrizio a dire il vero) che riscossero un certo successo fra gli amici.
Alimentavo stereotipi sugli italiani, avete ragione, ma penso di essere pienamente giustificabile.
Mi attestavo su una posizione in declino, combattevo in un campo dove la sconfitta era certa e il fatto di provare oggi le stesse cose frequentando i supermercati italiani, spagnoli o polacchi mi conferma ciò.
“In un gesto di grande considerazione, non necessaria, nei riguardi di noi occhi caucasici, il capo cuoco aveva preparato anche qualche pezzo di KFC (Kentuchy Fried Chicken).
Ecco la nuova Cina ho pensato, niente più cani.”
P.S.
1. La citazione iniziale, che è stata anche lo spunto principale per questo post è tratta da “Paula Spencer” di “Roddy Doyle” edizioni Guanda. Letto tutto d’un fiato, con qualche dubbio in corsa, ma che in conclusione si è rivelato degno di tutte le cose buone scrittene da Nick Hornby. Ve lo consiglio.
2. Se andate sul sito di TESCO capirete l’origine del titolo poi.
3. La citazione finale viene invece da “Storie nel bicchiere” di “Michael Jackson” Slow Food Editore, una raccolta degli scritti per riviste e giornali di questo famoso Beer Hunter.
4. Come accompagnamento musicale suggerisco "Closer" dei "Travis", gruppo che si ascoltava molto in quel periodo a casa e soprattutto perchè il filmato è ambientato in un supermercato. Quì.